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Cervelli in fuga… l’export italiano dei talenti!

 

Sono circa 3 mila ogni anno i ricercatori italiani che emigrano all’estero. L’Italia é uno dei paesi più industrializzati in cui si esportano più cervelli di quanti non se ne importino.

Entro il 2020 l’Italia perderà la bellezza di 30 mila ricercatori.

Da anni si sente parlare della fuga dei cervelli dal nostro paese. L’espressione viene tirata in ballo ora da una parte politica, ora dall’altra e sempre più spesso viene utilizzata come uno slogan a cui ci si aggrappa per non dare risposte.

Ma che cosa s’intende con l’espressione “fuga di cervelli”? Gli inglesi definiscono il brain drain “l’abbandono di un paese a favore di un altro da parte di professionisti o persone con un alto livello di istruzione, generalmente in seguito all’offerta di condizioni migliori di paga o di vita”. È questo ciò che sta accadendo in Italia?

La questione non è così semplice e immediata.

Accanto alla fuga dei cervelli, c’è lo scambio dei cervelli, cioè quel movimento di condivisione delle risorse umane tra i vari Stati. Oppure si può parlare di circolazione dei cervelli, espressione usata per definire un periodo in cui un giovane si forma all’estero per poi rientrare in patria e riversare nel proprio Paese la competenza acquisita.

Si può parlare di fuga dei cervelli, dunque, solo quando si spostano capitali umani all’estero, portando fuori dallo Stato di origine competenze altamente qualificate e senza alcun tipo di ritorno per il Paese che cede questi ricercatori, al contrario il Paese d’origine va in perdita.

Questo è proprio ciò che sta accadendo in Italia.

Il nostro paese, inoltre, non riesce a crescere perché spreca i cervelli, spesso ricercatori con competenze elevate svolgono mansioni meno qualificate rispetto alle loro capacità.

Alessandro Rosina, professore di demografia e statistica sociale all’università Cattolica di Milano, e responsabile del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo afferma: «La propensione a lasciare il Paese, sia per fare esperienze che per carenza di opportunità, cresce all’aumentare del livello di istruzione. Non solo quindi in Italia abbiamo meno giovani rispetto al resto d’Europa e tra questi abbiamo meno laureati, ma una volta laureati e dottorati c’è il rischio maggiore di vederli partire per altri paesi. Quello che preoccupa di questi numeri è che al flusso di uscita di giovani talenti non ne corrisponde uno equivalente in entrata. Anzi, il divario sta diventando sempre più ampio. Siamo un paese produttore di talenti da esportazione: dopo averli formati li regaliamo a paesi che anche grazie a loro diventano più competitivi del nostro».

Maria Raspatelli

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