282 Visualizzazioni

Come si fa a dire “Buon Natale” davanti alle squallide ‘mangiatoie di dignità’”?

Mai come oggi il presepe, quel dolce quadretto familiare che ha squarciato e illuminato la notte dei tempi e che per tanti, celebrarlo, è solo un bisogno per recuperare identità e calore umano, diventa la vera provocazione politica per tutti noi che, disorientati, ci muoviamo come orde di senza fissa dimora in questo nostro tempo malato.

“Tanti auguri scomodi” augurava il vescovo di Molfetta-Giovinazzo, don Tonino Bello, qualche anno fa. “Carissimi, – diceva don Tonino – non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario. Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati”.

Qual è il senso degli auguri di Natale oggi, in un mondo “sbagliato”?

Papa Francesco, durante l’omelia di questa notte, è stato diretto: “Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide ‘mangiatoie di dignità’: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti”.

Le nostre tavole imbandite e gli attimi di patinata serenità sono squarciati dal grido di una madre disperata che ha perso tutto sotto le bombe di Aleppo. O di un bambino impolverato e incredulo che si guarda intorno e non comprende che il miracolo della vita, per lui, non è stato poi così prodigioso. O i sogni infranti fra le onde di un mare vigliacco che divora esistenze cariche di false speranze.

Anche per loro è Natale, esattamente come per chi, al caldo delle proprie effimere certezze, si stringe intorno ad un albero di plastica e ad un presepe inanimato per scappare, sia pure per un giorno, dalla consapevolezza che la cruda realtà supera di gran lunga la più macabra immaginazione.

“Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, – insiste il Papa -, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi”.

L’omelia solenne della Santa Messa della Notte di Natale del Signore è un’accusa al perbenismo dilagante e all’egoismo di chi non guarda le sofferenze del mondo.

Quale senso dunque dare a questo Natale?

La notte è ancora fra noi e quel Bambinello che nasce in un grotta e giace in una mangiatoia è “luce e gioia”, “interpella e scuote”, “è mistero di speranza e di tristezza”. Quell’ombra di tristezza che campeggia nel cuore dell’uomo  e che nessuna luce potrà illuminare, nessun regalo potrà scacciare.

Viviamo in un mondo globalizzato in cui siamo in rete negli affari e nei fallimenti, nei successi e nelle crisi, nelle gioie e nelle sofferenze. Non è più possibile, dunque, restare in silenzio e indifferenti, quando l’umanità intera soffre le pene di chi è emarginato e violentato.

Sarà Natale quando il buio che pregna il cuore dell’uomo si lascerà squarciare dalla luce paradossale di una Creatura che è venuta al mondo per portare pace e salvezza.

Solo allora, dunque,  sarà un Buon Natale.

Antonio Curci

Rispondi