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Vivere il terrorismo: Caselli e altri 15 esperti spiegano come difendersi in un eBook gratuito

Roma 19 marzo 2017. Quanto vale la vita umana sotto l’incubo del terrorismo estremo? Nella nostra quotidianità prevarrà l’insicurezza? A questi interrogativi intende fornire una prima risposta l’e-book gratuito “La vita ai tempi del terrorismo”, realizzato  dall’Ordine degli Psicologi del Piemonte in collaborazione con Ordine degli psicologi del Lazio e Cesi.

Redatto da quindici esperti delle dottrine psicologiche e sociali e aperto dalla prefazione di  Gian Carlo Caselli (magistrato, già Procuratore Generale della Repubblica),  il volume è  curato da Luciano Peirone (docente presso il Dipartimento di Scienze Psicologiche, Umanistiche e del Territorio dell’Università degli Studi “G. d’Annunzio” di Chieti) e scaricabile gratuitamente  all’indirizzo http://www.ordinepsicologilazio.it/psicologi/vivere-ai-tempi-del-terrorismo/.

Nel corso della conferenza di presentazione, avvenuta lo scorso 9 marzo a Roma, alcuni degli autori hanno illustrato le finalità dell’iniziativa: ovvero quella di diffondere presso la collettività la conoscenza del terrorismo nella sua nuova e complessa configurazione,  comprendere gli effetti che genera sulla nostra mente e sulla nostra vita e, con ciò, facilitare l’attivazione di reazioni e di risorse utili a gestirne le ricadute.

“Il terrorismo post-moderno – ha spiegato Peirone – ci pone di fronte a una realtà inedita, che ci obbliga a confrontarci non solo con la percezione e le ansie delle vittime, ma anche con la fisionomia psicologica degli aggressori. Parliamo di un terrorismo estremo, dove chiunque può colpire chiunque, e che prevede in modo programmatico la morte della vittima e del carnefice.  Un’aggressione condotta secondo modalità che, attraverso  una completa identificazione individuale nella “causa”, facilita la de-responsabilizzazione e  l’auto-assoluzione, ponendo perciò grosse difficoltà in termini di azioni di contrasto. In questo contesto diventa essenziale  la prevenzione, intesa non solo in chiave “operativa”  ma anche come studio del fenomeno terroristico post-moderno e  del sistema di pensiero  e d’azione dei suoi protagonisti.  L’Occidente deve fare un salto di qualità in questo esercizio di comprensione, estendere l’analisi politica e militare al mondo interno, inconscio, dell’avversario che ha di fronte. Qui entra in campo la psicologia con le sue possibilità di investigazione: il suo apporto può essere estremamente rilevante e, il libro che presentiamo oggi, è  un utile contributo di conoscenza”.

La necessità di un approccio articolato al fenomeno terroristico è ribadita dalla molteplicità dei suoi volti, dall’estrema crudeltà dei suoi gesti – funzionali alla rappresentazione e moltiplicazione mediatica – e dalla finezza delle sue strategie intimidatorie. Come ha spiegato Andrea Margelletti (Presidente del Cesi), “Il terrorismo nel colpirci persegue una molteplicità di obiettivi e ci attacca su diversi livelli. In quanto elettori: per indurci, come accaduto dopo l’attentato alla stazione di Atocha, a fare scelte che, politicamente, ritiene più funzionali ai suoi obiettivi. Per amplificare l’odio: la nostra avversione nei  confronti dell’”altro”, soprattutto se nutrita in modo indiscriminato, amplifica la base di consenso presso le comunità di origine e agevola la radicalizzazione dei soggetti più sensibili. In terzo luogo, dal punto di vista militare: più forze siamo obbligati ad impiegare nelle nostre città, minore è la disponibilità di risorse che possiamo dirottare su fronti più lontani o dove il terrorismo è più esposto. Tutto questo deve indurci a ponderare attentamente le nostre azioni,  ad approfondire la conoscenza di chi abbiamo di fronte e, in funzione di ciò, ad elaborare scelte strategiche coerenti”

Su questo approccio sembra essersi sintonizzata, infine,  anche la politica. Spiega l’ On. Stefano Dambruoso (Membro della Camera dei Deputati e già Sostituto Procuratore presso il Tribunale di Milano): “ Una prima stretta repressiva si è verificata all’indomani dell’attentato a Charlie Hebdo, con la penalizzazione di condotte prima difficilmente configurabili come reati. Ora, per capirci, possiamo mandare in carcere persone che magari non sono mai uscite di casa, ma che tramite il web si sono auto-arruolate o hanno addirittura confezionato ordigni esplosivi. Rispetto al passato, infatti, i terroristi di oggi sono degli associati che talvolta non hanno avuto nessun contatto fisico con i predicatori che li hanno portati alla conversione. Ma questi provvedimenti sono solo il primo passo, occorre andare oltre. Per questo, nel corso del mese verrà votata dal Parlamento una legge, di cui sono primo firmatario, che garantirà a diversi ministeri dei finanziamenti per elaborare una “contro-narrativa”: una strategia diversa e complementare, dunque, finalizzata a sviluppare il dialogo interculturale e religioso. Servono insegnanti e personale che favoriscano il confronto, in tutti i luoghi: nelle scuole, nei centri di aggregazione, nelle carceri: pensiamo al caso Hamri, un episodio che, inserito in un contesto culturale differente , forse avrebbe avuto altri esiti”.

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