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Il toccante racconto di un lettore che ha accompagnato l’anziana madre al Policlinico di Bari

Di certi problemi non se ne conosce l’esistenza fino a quando non se ne fa un’esperienza diretta. Accompagnare un anziano non autosufficiente e con problemi di deambulazione al Policlinico di Bari per una visita di controllo o un pre-ricovero, può trasformarsi in un’esperienza davvero estenuante. Questo è quanto accaduto ad un nostro lettore:

“Stamattina ho dovuto accompagnare mia madre quasi 83enne, non autosufficiente e con problemi di deambulazione, per sottoporsi agli esami clinici di un pre-ricovero. Alla guida della mia auto, ho pensato di entrare nel Policlinico di Bari dall’ingresso della Chiesa accanto all’obitorio, ma una guardia giurata, benché mostrassi il foglio con la prenotazione e mia madre, evidentemente molto anziana, non mi ha consentito l’accesso e mi ha invitato a provare dall’ingresso del Pronto Soccorso, in viale Ennio. Torno indietro e vengo obbligato a percorrere la stradella che mi porta sul ponte di via Solarino, quello che costeggia il Policlinico e che nasce dall’incrocio fra Viale Orazio Flacco e viale Giovanni XXIII, Mi ritrovo su viale Pasteur. Provo a tornare indietro e mi blocco nel traffico delle 9.00. Un vero incubo. Giunto all’ingresso di viale Ennio, provo a spiegare alle guardie che ho a bordo una persona anziana che non riesce a raggiungere a piedi la clinica nella quale deve essere visitata. Anche a loro mostro il foglio di prenotazione. Mi lasciano entrare, ma annotano la targa della mia automobile e mi intimano di “scaricare” la povera anziana davanti alla clinica e uscire immediatamente, pena il recapito di una multa a casa. Quasi implorando pietà e comprensione, dico: “Ma non posso lasciarla sola davanti alla clinica! Non sta bene!”, ma la guardia con comprende ragioni, fa il suo lavoro e mi invita a transitare perché bloccavo il traffico. Entro, percorro la via che conduce al Pronto Soccorso e cerco la clinica per mettere al sicuro mia madre, almeno in una sala d’attesa. Macchè… non riesco a trovare neanche un posticino dove accostare l’auto per farla scendere. Intanto intorno a me si scatena l’inferno di macchine che all’impazzata, evidentemente nella stessa mia situazione, cercano un fazzoletto d’asfalto per scaricare il loro “pacco” umano. Mia madre, ammutolita, mi guarda con occhi sbarrati e lucidi, come di chi avverte la responsabilità e la colpa di quella situazione. Provo a tornare indietro e a rifare il giro… ma nulla… neanche un posto riservato ai poveri anziani ammalati. Basterebbero anche pochi minuti di sosta a chi come me deve accompagnare una persona cara. Intanto il tempo scorre e la multa potrebbe essere già pronta fra le mani della guardia giurata all’ingresso-uscita di viale Ennio. E’ una corsa contro il tempo. “Mamma dove vado? Non c’è l’ombra di un parcheggio”. Vedo una panchina. Fermo la macchina. Esco… chiedo scusa a mani giunte a chi mi segue per aver bloccato il traffico e fra un improperio e un gesto di carità cristiana, faccio scendere la mamma e lentamente l’accompagno alla panchina, dove altrettanto lentamente si adagia. Mi guarda e visibilmente commossa, accenna ad un sorriso e mi dice: “Non ti preoccupare, ti aspetto”. Rientro in macchina, la guardo da lontano… un corpo accartocciato su se stesso, intabarrato nel suo cappotto buono. E’ donna d’altri tempi e davanti ai medici si va eleganti e in ordine. Metto in moto e continuo a guardarla dallo specchietto retrovisore. E’ lì, ferma su quella panchina. Spaurita si guarda intorno. Guadagno velocemente l’uscita. Non c’è nessuno a controllare le auto che escono. Con un colpo di clacson  richiamo l’attenzione della guardia più preoccupata di controllare chi entra, che attenta ad annotare chi esce dal nosocomio barese. Gli faccio segno con la mano come per dire: “Sto andando via”. Lui guarda la mia targa e come un compilatore di liste cancella la mia auto dalle probabili multe. Raggiungo il vicino garage di Piazza Giulio Cesare e parcheggio a pagamento la macchina. Mamma mia… quante macchine, quanta gente evidentemente nella mia stessa situazioni. Dov’è l’uomo? Dov’è finito il suo valore, la sua dignità? Corro come un bimbo che è in ritardo al rientro a casa. C’è mia madre sola in preda al panico che mi aspetta. Finalmente la raggiungo. Si acquieta. Faticosamente si rialza e lentamente, passo dopo passo, guadagniamo metri su metri. “Mamma la clinica è (per te) ancora lontana. Sei stanca?”. Ci fermiamo. “Coraggio, ancora un po’ e ci siamo”. Un piede dopo l’altro. Passi incerti buttati lì un po’ per caso. “Stai attenta! Hai rischiato di cadere”. “Aggrappati a me”. Siamo per strada e un’automobilista ci strombazza perché lui non riesce a passare e ha ragione. Ci mettiamo di lato. Lui passa e noi flemmaticamente riprendiamo la marcia. E’ un percorso ad ostacoli: buche, automobili, asfalto sconnesso, auto parcheggiate al millimetro, persone, tante persone. “Vieni di qua”. “Passiamo di là”. “E’ stretto lo so”. “Non fa niente se il cappotto si sporca un po’. Lo manderemo in tintoria”. “Ci siamo mamma, siamo arrivati”. “Pensa che strana la vita: – sorrido per sdrammatizzare – solo 48 anni fa eri tu che mi insegnavi a camminare e ti prendevi cura dei miei passi”. Sorride, una flebile gioia colora il suo sguardo. Entriamo. Ecco la reception. “Dovete andare all’accettazione in fondo al corridoio”, ci dice un signore che evidentemente ripete la stessa formula da secoli. “Ancora qualche passo. Dai coraggio mamma”. Eccoci. Non ci sono sedie disponibili. “Appoggiati al muro, almeno ti riposi un po’”. Faccio la coda. E’ il mio turno, consegno i documenti. “Deve andare al terzo piano della clinica accanto”. “Devo uscire di nuovo?”. “E certo, come ci arriva sennò?”, risponde stranita l’impiegata. “Va bene grazie”. 
“Dai mamma, ora è un gioco da ragazzi. Siamo allenati. Dobbiamo tornare indietro… ma non di molto”. Ancora pochi passi e ci siamo. “Accidenti una scalinata! Ma cosa vuoi che sia per noi provetti arrampicatori di strade”. “Un gradino alla volta, dai!”. Evviva ci siamo, finalmente un ascensore. Terzo piano. Si aprono le porte. Aggregati di corpi, ammassati in ordine sparso e poche sedie, ovviamente tutte occupate. C’è solidarietà fra i sofferenti. Un signore, meno anziano di mia madre, le cede il posto. C’è ancora galanteria al mondo. “Grazie, signore… è tanto gentile”. Finalmente un po’ di riposo. Le visite possono iniziare.

Vi risparmio la narrazione del viaggio di ritorno… è semplicemente uguale, ma nel verso contrario e con qualche ansia in meno”.

Questo il racconto del nostro lettore. Non facciamo commenti, ma una sola riflessione: è possibile che in un luogo di sofferenza non via sia un servizio degno di un paese civile che consenta ai malati non autosufficienti di poter raggiungere i luoghi di cura nel modo più dignitoso e decoroso possibile?

C’è ancora tanta strada da fare!

Antonio Curci

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