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Hamilton come Fangio, Verstappen Re del Messico

A Città del Messico, sul circuito che nelle previsioni avrebbe incoronato Hamilton con il quinto titolo mondiale, ha luogo un Gran Premio ricco di emozioni. Vince Verstappen in modo autoritario, si confermano le due Ferrari tornate al top già nella gara di Austin, affondano le Mercedes con prestazioni assolutamente opache.
Le Red Bull si erano presentate in gran forma già dalle prove libere, sensazione poi confermata dalla prima fila monopolizzata da Ricciardo in pole e Verstappen al suo fianco. Seconda fila con Hamilton e Vettel, seguiti dal duo finlandese Bottas-Raikkonen. Si spengono le luci e l’inglese scavalca un Ricciardo lento al via, Verstappen vola in testa e Vettel prudenzialmente si tiene lontano da possibili crush. Ma la chiave della gara sarà la gestione gomme, come pronosticato da Seb al termine delle qualifiche. Hamilton è il primo a segnalare problemi di graining sulle Ultrasoft, stesso inconveniente che colpisce Ricciardo. Le monoposto effettuano i rispettivi pit-stop, ma Vettel ha delle gomme ancora buone e passa in testa, con Raikkonen alle sue spalle, dopo le varie soste dei primi. Poi anche Kimi inizia a soffrire di graining e subisce il ritorno di Verstappen, Hamilton e Ricciardo che hanno pneumatici più freschi. Al diciottesimo giro si fermano ai box anche i due ferraristi, con il vantaggio di montare gomme che avranno meno giri all’attivo rispetto agli altri contendenti, tutti con mescola Supersoft che molti pensano di portare fino al termine. Al giro 31 la monoposto di Sainz determina il regime di Virtual Safety Car; Sebastian Vettel è già in scia a Ricciardo e dopo la VSC al giro 34 sorpassa con decisione l’australiano portandosi all’inseguimento di Hamilton, già in crisi con le Supersoft.

Vettel svernicia Hamilton

Passano quattro giri e il tedesco infila l’inglese con manovra da manuale. Raikkonen recupera su Bottas mentre Ricciardo si porta in scia a Hamilton, il quale con gomme prematuramente “finite” va lungo e deve cedere la posizione all’australiano. A questo punto Vettel – che è secondo dietro Verstappen – rompe gli indugi e decide di fermarsi per montare delle più performanti Ultrasoft nuove. Hamilton tenta la stessa carta ma ha un set di Ultrasoft usate. Raikkonen conserva le Supersoft e riesce ad attaccare Bottas, il quale finisce lungo alla stessa curva che aveva tradito il compagno di squadra, quindi Kimi lo supera agevolmente conquistando la quarta posizione. Vettel ha nuovamente Ricciardo da scavalcare, ma le Supersoft dell’australiano si sono ripulite dal graining e ora la Red Bull tiene gli stessi tempi di Seb.

Il propulsore di Ricciardo in fumo

A dieci giri dal termine la sfortuna torna a bussare alla porta di Ricciardo il cui motore emette fumo da una delle due bancate: per lui ennesimo ritiro. Ciò impone nuovamente la Virtual Safety Car, Verstappen conserva la testa della corsa con Vettel secondo e Iceman in terza piazza. Hamilton non raggiunge il podio – anzi conclude quasi doppiato – ma conquista matematicamente il titolo piloti, raggiungendo il mito di Fangio a quota cinque.
L’autodromo Hernanos Rodriguez, quale palcoscenico per la premiazione, mette a disposizione l’area dell’ex stadio di baseball gremita da migliaia di tifosi. In questa cornice Vettel abbraccia il rivale Hamilton e si congratula con lui, dimostrando rispetto e fair play nonostante la cocente delusione di questa annata. Ai microfoni Seb – nessun sorriso, volto tirato – dichiara: “E’ stato più forte di me, più forte di noi”.
Hamilton in questa stagione non ha sbagliato nulla. Ha assimilato tutti i consigli che Niki Lauda gli ha regalato negli ultimi anni. E’ così riuscito ad affinare le sue qualità di calcolatore e stratega, aggiungendo al suo naturale talento una serie di ingredienti che rendono il campione una vera macchina da guerra.
Tuttavia permangono delle ombre sul fronte Mercedes. La gara di Città del Messico ha confermato che senza il vantaggio dei fori di raffreddamento sui mozzi-ruota, le gomme delle monoposto argentate soffrono più del dovuto. La vicenda è ormai nota: a partire dal Gran Premio di Spa, sulle Mercedes erano apparsi dei nuovi cerchi dotati di fori in corrispondenza dei mozzi, dettagli giudicati legali dalla FIA e non oggetto di speculazione sulla stampa britannica. In realtà questa soluzione ricorda quella che fu portata in pista nel 2012 dalla Red Bull e fu poi dichiarata fuorilegge. Le vittorie – e la ritrovata supremazia – della Mercedes nelle gare di settembre e ottobre avrebbero dovuto stimolare interrogativi, considerando che i problemi di gestione gomme che avevano attanagliato la monoposto anglo-tedesca per tutta la stagione erano improvvisamente svaniti.

A sinistra la soluzione standard, a destra i fori di raffreddamento sui mozzi, chiusi con silicone (foto AutoMoto)

 

Il caso ha assunto maggior vigore alla vigilia del Gran Premio degli Stati Uniti, quando gli stessi fori sono stati sigillati con silicone per scongiurare eventuali reclami postumi, dato che la FIA mostrava incertezza sulla assoluta legittimità di tale espediente, dichiarando i cerchi ad “illegalità limitata” (espressione piuttosto ambigua). Insomma, un via libera non molto convincente da parte della Federazione, tanto che la Mercedes ha preferito non rischiare. E proprio in concomitanza con questo passo indietro, ecco che il divario tra Mercedes e Ferrari negli ultimi due Gran Premi si è ribaltato a vantaggio di quest’ultima. Coincidenze? Solitamente due indizi fanno una prova.
La gara messicana ha registrato il ritorno della Red Bull, la cui power unit Renault si è mostrata competitiva poiché ad un’altitudine molto elevata, i motori lavorano in carenza d’ossigeno e i valori tra i top team vengono abbastanza livellati. Questo ha permesso di sfruttare al meglio i benefici del telaio progettato da Adrian Newey e la qualità dei due piloti.

Verstappen festeggia sul podio messicano

Per Verstappen e Ricciardo, la gara di Montecarlo a fine maggio si è rivelata una tappa fondamentale: per l’olandese ha rappresentato il punto di svolta per imporre a se stesso una maggiore concentrazione, infatti il ragazzo da quel momento è maturato, non ha più commesso errori banali e ha saputo capitalizzare le opportunità che gli si sono presentate; l’australiano invece, dopo la vittoria nel Principato è piombato in una crisi nera che ha coinvolto sia l’affidabilità meccanica della sua Red Bull, sia la sua fortuna personale. Un travaglio che lo ha portato allo sconforto più profondo. La corsa messicana, nata sotto i migliori auspici – pole position conquistata con grande slancio – è naufragata con l’ennesima rottura. Daniel nelle interviste non ha nascosto la sua totale disillusione e sfiducia nel team – che ormai punta solo su Verstappen – dichiarando che preferirebbe non disputare le ultime due gare. Lo stesso Helmut Marko, supervisore del team austriaco, non ha risparmiato parole poco simpatiche al pilota australiano, alludendo al suo futuro in Renault che si prospetta come una parentesi ancora più triste del pur tormentato presente. Una caduta di stile che il manager avrebbe potuto risparmiarsi.
Tra due settimane si svolgerà il Gran Premio del Brasile a Interlagos. La Ferrari paga 55 punti di ritardo rispetto alla Mercedes nella classifica costruttori: non facile da rimontare. La squadra guidata da Toto Wolff ha sfruttato appieno le quattro gare – Spa, Monza, Singapore, Suzuka – in cui la monoposto ha fruito dei vantaggi dei cerchi “ventilati”, mettendo al riparo sia il titolo piloti che quello costruttori. Ci si aspetta però grande spettacolo, con un ritrovato Sebastian Vettel galvanizzato dai sorpassi scacciacrisi, ai danni di due tosti come Hamilton e Ricciardo; una Red Bull che potrebbe confermarsi osso duro sia nelle qualifiche sia in gara; una Mercedes che teme il ripresentarsi di graining e blistering viste le elevate temperature brasiliane. E poi c’è l’osservato speciale: Charles Leclerc, autore di una bellissima gara in Messico vuole comunicare alla carovana che c’è anche lui, e nel 2019 una delle due Ferrari sarà sua.

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